All’ennesima guerra, quella scatenata da USA e Israele contro l’Iran, è seguita, come sempre, la speculazione dei signori del gas e del petrolio, che ha reso ancora più salata la già pesante bolletta energetica del nostro Paese. Gli speculatori del petrolio sono senza scrupoli. Lo sappiamo. E approfittano di ogni crisi internazionale - dal Covid-19 all’invasione militare russa in Ucraina, dalla devastazione umana e fisica della Striscia di Gaza da parte di Israele fino ai bombardamenti statunitensi e israeliani sull’Iran - per aumentare i costi di estrazione, trasporto e lavorazione del greggio che alimenta la filiera dei trasporti. Come hanno fatto sempre i signori del gas che hanno fatto impazzire le bollette elettriche di quei paesi, come il nostro, che produce ancora oggi la metà dell’elettricità dal gas fossile, in attesa di far decollare il contributo delle rinnovabili, ancora fermo al 41% a causa di mille nodi irrisolti, fatti di burocrazia, blocchi e contraddizioni, a livello centrale, regionale e locale.
Ma, nonostante il copione visto più volte, non siamo ancora riusciti a far tesoro delle ripetute e costosissime esperienze del passato.
Anche il dibattito italiano purtroppo è stato sempre lo stesso. Le iniziative governative pure. La premier Meloni si è attivata in prima persona per andare in giro per il mondo, dall’Algeria all’Azerbaijan, per trovare nuove forniture di gas, sul modello di quanto già fatto in passato dall’Italia, come avvenuto ad esempio dopo l’aggressione militare russa in Ucraina. Nuove forniture di gas per nuove dipendenze dall’estero che non permetteranno di abbassare la bolletta elettrica, ancora troppo dipendente da questa fonte fossile.
Basta leggere i numeri, come racconta bene l’esperienza della Spagna.
Nei primi mesi del 2026 la bolletta elettrica italiana è arrivata a quota 130,5 euro/MWh. La Germania 99,8 euro/MWh, la Francia 70,4 euro/MWh e la Spagna, che negli ultimi anni ha investito massicciamente nelle fonti rinnovabili, registra il valore più basso, pari a 42,5 euro/MWh.
La nostra elettricità costa di più perché non abbiamo il nucleare? Finiamola con questa storia. Se fosse così, l’elettricità più bassa si pagherebbe in Francia. Il motivo del basso costo dell’elettricità in Spagna sta nella produzione elettrica da rinnovabili pari al 58% dei consumi, che riduce la dipendenza dal gas e dalle relative speculazioni.
Noi abbiamo esattamente il problema opposto. Dall’inizio del 2026 in Italia (dove le rinnovabili superano di poco il 40% dei consumi elettrici) il gas fossile ha inciso sulla formazione del prezzo finale dell’energia elettrica per l’89% delle ore. In Germania questa quota è stata del 40%, mentre in Spagna, dove le rinnovabili coprono il 58% dei consumi, lo ha fatto solo per il 15% delle ore.
Nel mondo si investe ormai quasi esclusivamente in impianti a fonti rinnovabili perché solo l’opzione più economica.
La soluzione è a portata di mano: abbandonare le fonti fossili (gas, carbone e petrolio) il prima possibile a favore delle fonti rinnovabili che saranno indispensabili per rispettare gli impegni assunti dall’Italia e diventare un Paese ad emissioni zero nette entro il 2050, meglio 2040. Con eolico e solare, le fonti più promettenti nel nostro Paese, taglieremo le emissioni di CO2, avremo bollette meno salate e indipendenza dalle fonti fossili.
In Italia abbiamo già 5.000 impianti eolici e almeno 890mila impianti solari fotovoltaici. Ma un grande potenziale potenziale arriva dall’eolico a largo dei nostri mari dove i venti sono più costanti e forti. E noi, non lo abbiamo ancora sfruttato. Ad oggi abbiamo un solo impianto attivo in mare, a Taranto, e ci sono voluti ben 14 anni per costruirlo. Con gli impianti eolici offshore ad altissima tecnologia e dall’impatto ambientale ridotto, potremmo produrre fino a 55.000 Megawattora ogni anno da qui al 2030. Un’incredibile quantità di energia pulita che se sbloccata potrebbe consentirci di centrare gli obiettivi climatici del 2030.Non possiamo aspettare altri 14 anni per produrre energia sostenibile, bisogna fare in fretta, il pianeta non ha tempo!
Il nostro impegno non si ferma e con la campagna “Il panorama non cambia. Il futuro sì” vogliamo coinvolgere i territori interessati dalle proposte di nuovi impianti, per favorire processi costruttivi di confronto e smentire le fake news sull’eolico off-shore, convinti che solo con un forte e concreto impulso allo sviluppo delle rinnovabili, potremo garantire la transizione energetica.
Secondo l’agenzia IRENA, International Renewable Energy Agency, nel 2025 l’85% dei nuovi impianti di produzione di elettricità installati nel mondo erano alimentati a fonti rinnovabili (soprattutto fotovoltaico ed eolico), mentre le centrali a fonti fossili (gas, carbone, petrolio) e nucleare hanno contributo solo per il 15% della nuova potenza elettrica installata.
Il caso più eclatante è quello statunitense. Negli USA, nel primo anno del secondo mandato presidenziale di Trump, le rinnovabili hanno stravinto. Secondo i dati della Associazione delle imprese dell'energia solare (SEIA), nel 2025 la nuova potenza elettrica installata negli Stati Uniti è stata per il 92% relativa alle fonti pulite (54% fotovoltaico, 25% accumuli, 13% eolico) e solo per l'8% relativa al gas naturale (0% per il nucleare).
Ma i leader di governo e gli amministratori delegati delle imprese che nel mondo investono su rinnovabili, accumuli e reti sono tutti impazziti? O siamo noi che siamo rimasti agli anni ’90, quando il gas era giustamente considerato la fonte fossile di transizione, perché le rinnovabili non erano ancora mature come lo sono oggi?
Ricordate la celebre frase pronunciata da Ahmed Zaki Yamani, storico ministro del Petrolio dell'Arabia Saudita dal 1962 al 1986? "L'età della pietra non finì perché terminarono le pietre, e l'età del petrolio non finirà per mancanza di petrolio". Il ministro saudita, senza usare la sfera di cristallo, ci aveva visto giusto.
Stefano Ciafani
Ingegnere ambientale - presidente nazionale di Legambiente dal 2018






