Gli aegagropili, le “palle di mare”, le sfere di Posidonia oceanica formate dall'azione meccanica delle onde sulla base delle foglie morte di Posidonia, si depositano sulle spiagge del Mediterraneo, dove vengono spesso scambiate per semplici residui vegetali, ma recenti studi e ricerche dimostrano che sono molto di più.
A gennaio, Patrizia Menegoni dell’ENEA e Loris Pietrelli del Comitato scientifici di Legambiente avevano pubblicato su MDPI lo studio “The Role of Posidonia oceanica Spheroids in Assessing Microplastic Contamination in Coastal Ecosystems” che ha dimostrato che «Gli aegagropili di Posidonia oceanica intrappolano efficacemente i detriti di plastica sul fondale marino, confermando il loro potenziale utilizzo come indicatore naturale e affidabile dell'inquinamento da plastica marina, in particolare delle microplastiche. L'analisi di 1300 sferoidi raccolti lungo 13 spiagge della costa laziale ha rivelato che oltre un terzo conteneva detriti di plastica, con le microplastiche che rappresentavano la classe dimensionale dominante. I risultati indicano che il numero di oggetti di plastica intrappolati negli aegagropile è principalmente correlato all'abbondanza di detriti di plastica presenti sul fondale marino piuttosto che alle dimensioni degli sferoidi. E’ stata osservata una forte correlazione tra l'abbondanza di plastica negli sferoidi e la vicinanza agli impianti di depurazione delle acque reflue, note fonti di fibre sintetiche. Questa scoperta evidenzia il contributo significativo degli scarichi di acque reflue alla contaminazione da microplastiche nelle zone costiere e sottolinea la necessità di misure di mitigazione, come il miglioramento dei sistemi di filtrazione nelle lavatrici e l'ammodernamento delle tecnologie di depurazione delle acque reflue, attualmente non progettate per rimuovere efficacemente le microplastiche».
Un altro studio, “The trapping of microplastics in the Posidonia oceanica aegagropiles in Tunisian coastal areas—Southern Mediterranean”, pubblicato nel 2025 su Frontiers in Marine Science da un team di ricercatori tunisini dell’università di Cartagine, ha rivelato che le “palle di mare” portate a riva dalle onde intrappolano fino a 1.470 pezzi di plastica per chilogrammo, principalmente microplastiche (PE, PP, PA) e filamenti sintetici.
E’ da studi come questi che ha preso vita la campagna "VigiePlastic Méditerranée 2026" di Expédition MED che, grazie al protocollo POSIPLAST, ha confermato che gli aegagropil intrappolano le microplastiche. Le praterie di Posidonia erano già note per il loro ruolo nella protezione delle coste e nello stoccaggio del carbonio blu ora Expédition MED ha messo in luce un terzo servizio ecosistemico, finora ampiamente sottovalutato: la cattura e l'esportazione di microplastiche dall'ambiente marino, tramite i pellet di Posidonia, o aegagropili che agiscono come veri e propri filtri meccanici, capaci di catturare le particelle di plastica sospese nella colonna d'acqua prima che vengano portate a riva dalle tempeste.
La Menegoni, del Laboratorio ENEA di Biodiversità ed ecosistemi, conferma: «Le aegagropile si formano naturalmente quando i residui fibrosi della Posidonia vengono modellati dalle correnti sul fondale e durante questo processo intrappolano i detriti e le plastiche presenti nel sedimento. In pratica funzionano come trappole naturali che, senza ricorrere a tecniche complesse o campionamenti invasivi, sono in grado di concentrare le plastiche presenti sul fondale, restituendoci un segnale chiaro dello stato di contaminazione dell’ecosistema costiero».
I ricercatori francesi spiegano che «La Posidonia non si limita a fissare i sedimenti e ad immagazzinare carbonio; estrae fisicamente alcune microplastiche dal mare e le trasporta verso la costa, dove possono essere raccolte: un meccanismo naturale di controllo dell'inquinamento mai quantificato prima su questa scala. Ancor più sorprendente: catturano le plastiche più dense dell'acqua (come PET o PVC), che normalmente si accumulano nelle praterie di posidonia. Questo processo naturale di depurazione, senza intervento umano, riporta questi rifiuti a riva, dove possono essere raccolti. Questo meccanismo naturale potrebbe ispirare soluzioni di ecodesign o di gestione dei rifiuti, in sinergia con la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR)».
Per valutare la portata di questo fenomeno, Expédition MED ha ampliato lo studio italiano sviluppando un protocollo standardizzato in 4 fasi:
1. Campionamento spaziale: 808 gomitoli di filato raccolti in 86 siti distribuiti in 7 paesi del Mediterraneo (Francia, Spagna, Italia, Tunisia, Cipro, Montenegro, Grecia). Una distribuzione strategica : dalle aree urbanizzate (ad esempio Napoli, Marsiglia) alle aree protette (ad esempio il Monte Athos , dove i letti di fanerogame marine sono quasi incontaminati dall'attività umana).
2. Preparazione e microdissezione: ogni pellet viene misurato, quindi sezionato filamento per filamento utilizzando pinzette sottili per liberare le microplastiche intrappolate nella matrice vegetale.
3. Selezione e caratterizzazione: le microparticelle e le microfibre sintetiche vengono isolate, contate e quindi analizzate utilizzando lo stesso metodo impiegato per il campionamento marino tramite la rete Manta (strumento standard per il monitoraggio delle microplastiche).
4. Partecipazione dei cittadini: Gli ecovolontari a bordo della nave Le Bonita contribuiscono attivamente alla caratterizzazione delle particelle. Anche i marinai in congedo sabbatico partecipano alla raccolta di gomitoli di lana durante il loro viaggio nel Mediterraneo.
I primi risultati del protocollo Posiplast confermano che «Gli accumuli di Posidonia concentrano le microplastiche in quantità variabili a seconda dell'area.La loro struttura fibrosa favorisce l'adesione delle particelle, comprese le microfibre tessili e i frammenti di plastica rigida. Catturando le particelle sintetiche in sospensione, questi dispositivi le estraggono dall'ambiente marino, riducendone così l'impatto sugli ecosistemi».
Per Pietrelli, già ricercatore ENEA, sia dallo studio pubblicato su MDPI che dalla campagna di Expédition MED emerge che «L’aspetto innovativo è la trasferibilità del metodo che può essere replicato con facilità da laboratori ambientali e agenzie territoriali. Costi contenuti, procedure standard e possibilità di applicazione su larga scala rendono il monitoraggio facilmente accessibile e comparabile nel tempo e nello spazio».
Ma questo servizio ecosistemico è in pericolo. Dal 1960 ad oggi, il 50% delle praterie di Posidonia è scomparso a causa dell'urbanizzazione costiera, dell'ancoraggio delle imbarcazioni e dei cambiamenti climatici. Si tratta di una perdita allarmante, dato che queste praterie sottomarine ospitano il 25% della biodiversità mediterranea.
La Menegoni conclude: «In un Mediterraneo considerato tra i bacini più esposti all’inquinamento plastico, le praterie di Posidonia oceanica, già fondamentali per ossigenazione, stabilizzazione dei sedimenti e sequestro del carbonio, si rivelano in questo modo anche preziose alleate nella sorveglianza ambientale, trasformandosi in indicatori naturali e a basso costo, capaci di rivelare quanto la plastica sia ormai entrata stabilmente nei cicli ecologici dei nostri mari».
Umberto Mazzantini
da greenreport.it






