Ilaria Monti e Michelangelo Zecchini hanno pubblicato oggi uno studio che si inserisce con autorevolezza nel dibattito sulla presenza etrusca all’Elba, offrendo una sintesi ampia e documentata che riapre questioni di ermeneutica archeologica per troppo tempo date per scontate.
Il fulcro della loro analisi sta, secondo me, nella revisione del concetto di “fortezze d’altura”, categoria che ha profondamente orientato la lettura del paesaggio insediativo etrusco sull’isola, presupposto calato dall’alto contro il quale mi sono acerrimamente battuto per almeno dieci anni.
Leggere oggi altri che appoggiano il mio appello a un cambio di paradigma mi fa ben sperare per il futuro e mi gratifica degli enormi sforzi epistemologici e divulgativi fino ad oggi sostenuti quasi in solitaria, fatta eccezione per un articolo del solito Zecchini con Preti.
Uno dei contributi più significativi di Zecchini-Monti consiste nella messa in discussione dell’uso estensivo e talora acritico della nozione di “fortezza d’altura”, applicata in passato a una casistica estremamente eterogenea, che faceva di tutta l’erba un fascio.
Gli Autori evidenziano con chiarezza come numerosi siti non presentino requisiti morfologici e strutturali coerenti con una funzione difensiva propriamente detta, proponendo distinzioni più articolate tra tipologie insediative.
Si tratta di un passaggio metodologico rilevante, che segna il progressivo superamento di questa ermeneutica a priori, che assume a fondamento la propria categoria e la usa per etichettare tutto in una messa a sistema militare, scartando ogni elemento scomodo che potrebbe dimostrare il contrario.
Questa radicale messa in discussione del paradigma difensivo non si limita a un capriccio terminologico, ma implica una rivoluzione kuhniana dell’Isola d’Elba al tempo degli etruschi.
In questo senso, il caso di Monte Castello di Procchio – del quale ho scritto a più riprese che non si tratta certo di una fortezza – offre un punto di osservazione privilegiato.
L’impianto planimetrico, la monumentalità dell’insieme e la compresenza di funzioni residenziali, produttive e cultuali rendono difficilmente sostenibile una lettura in chiave militare, orientandoci piuttosto a vederlo come un complesso aristocratico di alto livello, inserito in una rete di controllo territoriale e gestionale delle risorse.
L’analisi di Monti e Zecchini restituisce con efficacia l’immagine di un sistema insediativo diffuso e articolato, nel quale siti d’altura, centri costieri e aree produttive risultano interconnessi.
L’impiego di strumenti come la viewshed analysis, che crea mappe tramite modelli digitali di elevazione (DEM), contribuisce a chiarire le dinamiche di controllo visivo e territoriale, mentre l’attenzione alla documentazione d’archivio amplia significativamente la base conoscitiva.
Eppure, proprio la ricchezza dei dati raccolti sembra suggerire un ulteriore passo interpretativo.
La presenza di strutture complesse, di attività produttive integrate e di elementi riconducibili a pratiche di gestione economica e simbolica del territorio richiama modelli insediativi nei quali la dimensione aristocratica non è episodica, ma strutturale.
In questa luce, alcuni siti dell’Elba appaiono sempre meno assimilabili a presidi militari e sempre più interpretabili come centri residenziali e direzionali, nei quali si concentravano funzioni di rappresentanza, amministrazione e controllo delle risorse.
Il lavoro si distingue per rigore metodologico e ampiezza documentaria, ma mantiene un atteggiamento ermeneutico saggiamente misurato.
Giusta cautela che, se da un lato è comprensibile alla luce delle lacune documentarie, repertorie e stratigrafiche, dall’altro tende a lasciare sullo sfondo altre implicazioni che emergono con forza dall’insieme dei dati.
La revisione del concetto di “fortezza d’altura” costituisce infatti non soltanto una mutazione terminologica, ma un passaggio che invita a ripensare complessivamente le modalità e l’entità della presenza etrusca sull’isola, superando definitivamente una lettura esclusivamente funzionale allo sfruttamento minerario e al controllo militare, che non sta né in cielo né in terra.
Gli Etruschi dell’Elba: una nuova lettura rappresenta un contributo di grande valore, destinato a incidere in modo significativo sugli studi futuri.
Il merito principale risiede nell’aver restituito complessità a un quadro interpretativo a lungo semplificato, aprendo nuove prospettive di ricerca.
Inoltre, la direzione indicata dal lavoro – e sostenuta dalla stessa evidenza dei dati – suggerisce una riconsiderazione più ampia del sistema insediativo elbano, laddove la presenza di élites aristocratiche stabili e strutturate sembra emergere come elemento chiave.
È verosimile che gli sviluppi futuri della ricerca, anche attraverso un confronto più esplicito tra le diverse ermeneutiche archeologiche oggi in ballo, possano consolidare questa prospettiva, contribuendo a restituire all’Elba etrusca una fisionomia storica più articolata e coerente.
Angelo Mazzei






