Già altre volte le vicende del nostro tempo, che offre più materiale ai rotocalchi che alla comprensione delle tragedie che ci circondano, mi aveva fatto tornare alla mente -ognuno ha i suoi gusti o le sue manie…- i versi danteschi che inaugurano la carrellata dei lussuriosi puniti nel Canto V dell’Inferno. Perché, al di là del contesto, costituiscono un interessante richiamo alla cronaca odierna -“nihil sub sole novum”, “non c’è nulla di nuovo sotto il sole”, come dice la Bibbia (Ecclesiaste 1, 10)-. Il riferimento è alla figura di Semiramis -Semiramide (X secolo a. C.) regina assiro/babilonese- “imperadrice di molte favelle”, cioè di molti domini: una “potente” del suo tempo.
Di lei dice Dante (Inf. V, 55-57):
A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fe’ licito in sua legge,
per tórre il biasmo in che era condotta.
(“Fu così vinta dalla lussuria che piegò le leggi a rendere lecito qualunque suo desiderio, per evitare di essere biasimata”).
Il primo pensiero va agli “Ordini esecutivi” del presidente USA Donald Trump, innovativo sistema di governo inaugurato con l’inizio del secondo suo mandato presidenziale, che salta ogni usuale procedura di approvazione dell’organismo istituzionalmente preposto all’emanazione di leggi (il Congresso degli Stati Uniti). Cosicché qualunque desiderio si affacci alla sua mente diviene immediatamente Ordine esecutivo e assume forza di legge: a volte con un seguito che accoglie il dettato presidenziale (per tutti il caso Venezuela), a volte con un rifiuto netto (e ovvio), come l’annessione del Canada o della Groenlandia -ma non è ancora finita-, oppure con il fantasmagorico progetto per la “ricostruzione” della Striscia di Gaza, di cui si sta parlando proprio in questi giorni. Ma gli episodi citabili sono quasi quotidiani: giudici licenziati; edifici ribattezzati; l’insistita richiesta di ricevere il premio Nobel per la pace e le piccole -per ora- rappresaglie contro la Svezia che glielo ha negato (anche se la Svezia non c’entra nulla con l’assegnazione dei Nobel); l’uso della polizia federale (la famigerata ICE) per operazioni volte a confermare la sua immagine di duro senza scrupoli; le minacce a Stati esteri; le minacciose e ricattatorie pressioni alla stampa, alle Università, agli stessi governi degli Stati Federali ostili: l’ostentato disprezzo per le Istituzioni internazionali (ONU, NATO) che non rispondano direttamente a lui -che infatti ne ha creata una nuova (il Board of Peace) di cui è padrone assoluto-; e poi gli insulti personali a predecessori, ad avversari, o più semplicemente a chi gli fa ombra. Potrei continuare a lungo con gli esempi, ma sono noti a tutti perché lo stesso Presidente se ne vanta sui social. Insomma: “che libito fe’ licito in sua legge”. E in un modo che le leggi ad personam, che anche noi abbiamo visto fiorire al tempo di Berlusconi, appaiono più escamotages furbeschi per salvare il portafoglio che non impegni serrati a eradicare lo Stato di diritto.
Ma le vicende di questi ultimi giorni inducono a rivedere il carattere metaforico del riferimento alla dantesca Semiramis: perché dietro la forzatura sistematica delle leggi, si affaccia un altro aspetto che richiama la collocazione della regina assira nel canto V dei lussuriosi: l’Affaire Epstein, che sta esplodendo con la misurata, centellinata, diffusione dei tre milioni di file collezionati dal “finanziere pedofilo”, come viene impropriamente descritto -il suo essere “finanziare” e “pedofilo” appare gradualmente il suo difetto minore-. Poiché, a quel che si capisce, l’assidua attività di Epstein nel procurare “oggetti di piacere” ai suoi “amici”, e i loro “incontri” con fanciulle giovanissime, quasi sempre in presenza di una fotocamera o videocamera, sembra distaccarsi dalla non nobilissima pratica del magnaccia. Dove c’è una fotocamera c’è un manovratore della medesima, che non si capisce cosa altro possa fare se non “documentare” un atto illecito, e dunque costruire una prova per utilizzi futuri -che oggi vediamo posti in essere-. Epstein non si limitava a favorire i suoi amici, ma estendeva la sua cortesia a numeri importanti di personaggi appartenenti al mondo dei potenti -politici, finanzieri, sovrani o parenti dei medesimi, ecc.- costruendo una rete serratissima che di per sé rispondeva a un deposito immenso di prove di reati, ma serviva a incrementare contatti da convogliare col tempo nella rete medesima. Il grande outlet del sesso allestito da Epstein e i personaggi che lo utilizzavano -ex Presidenti USA (ma forse anche il Presidente in carica), diplomatici, governanti o personaggi contigui, finanzieri (e potenziali finanziatori)- era esso stesso un centro di potere: e resta un po’ difficile pensare che fosse organizzato da una persona sola o due, capace anche di ordinare e classificare un materiale di ingente quantità.
E allora la disavventura del povero Andrea fratello del re d’Inghilterra -dico “povero” perché non ha l’aria particolarmente vispa- nel momento in cui il governo britannico prende le distanze dal Presidente USA forse non è casuale; ma di quello si parla perché è ghiotto pasto per rotocalchi. E degli altri che senza essere stati principi d’Inghilterra sono certo più potenti e “utili alla causa”, e dei quali (per ora) non si sa niente? Penso a Clinton, o a Bill Gates, di cui si comincia a parlare.
E dopo il provvidenziale suicidio di Epstein in carcere -inopinato e quasi incredibile-, chi gestisce il materiale -al di là delle indicazioni ufficiali- dell’Archivio? E ne esiste una sola copia? Si potrebbe, credo, lasciare andare la memoria o la fantasia a ipotesi più o meno suggestive -James Bond e l’MI6, l’onnipresente Mossad, i Russi, e via dicendo-. Ma non resta che aspettare.
E anche a questo proposito la memoria va a “cene eleganti”, a “pillole miracolose”, a “lettoni di Putin”, a “nipoti di Mubarak”, a nipotine d’una sera in quel di Napoli, e a più o meno squallidi procacciatori di piaceri. Ma, sembra di poter dire, nel filone della “commedia all’italiana”, senza evidenze di ricatti, senza occhiuti Servizi segreti che tramano nell’ombra, solo con una pasticciona narrazione da consegnare ai rotocalchi.
Non so se le penose vicende di questi tempi avrebbero ugualmente ispirato la sapienza umana del padre Dante a chiudere il Canto dei lussuriosi con una delle più alte evocazioni di purezza poetica (V, 127-141), che lo commuove fino a fargli perdere i sensi. Mi piace richiamarla a conclusione di queste note, come messaggio di fiducia e di speranza nel riscatto dalle miserie umane:
Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancillotto come amor lo strinse:
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangea, sí che di pietade
io venni men così com’io morisse;
e caddi come corpo morto cade.
Luigi Totaro






