C’è una storia che ci siamo sentiti raccontare e che abbiamo raccontato, quella del marito che un giorno disse alla moglie che andava a comprare le sigarette e poi non tornò più. Eppure quell’uomo mitico è esistito davvero e un giorno spuntò, non si sa bene da dove, forse da Modena o da uno dei paesi di quella provincia, dopo aver attraversato nebbie e montagne appenniniche, davanti al mare di Marciana Marina e lì si fermò, prese l’ultima sigaretta dal pacchetto sgualcito di Nazionali senza filtro, tirò una boccata di fumo e capì che era lì, in quella spiaggia e quelle case che vedeva per la prima volta, che avrebbe dimenticato la sua moglie triste e dispotica.
Non abbandonò mai la sua parlata emiliana che condiva, quando ce n’era bisogno, con un’esclamazione che diventò il suo cognome adottivo: Santa Liquirizia! E, forse perché somigliava per indole, fisico e filosofia di vita all’amico di Topolino, per tutti diventò Pippo Santaliquirizia, l’uomo sempre allegro e gentile, dal parlare sincopato e forbito, che viveva di lavoretti e girando bar a raccogliere topini, sigarette e battute, e che dormiva e mangiava come un monaco nel magazzino ora in ristrutturazione, dietro al muro e al cancello, all’incrocio tra via Lloyd e viale Principe Amedeo, vedendo passare il mondo, lui che dal suo mondo era fuggito.
Pippo Santaliquirizia era amico del mi’ babbo Veleno, che spartiva vino e sigarette cattivi con tutti i vagabondi e i matti, ma un giorno provò anche a fare l’imprenditore: aprì per forse un’ora una bottega di pasta fresca in via Aurelio Saffi, poi arrivò una guardia e gli chiese se avesse i permessi comunali, se fosse in regola con l’igiene e se avesse pagato le tasse per l’insegna e il suolo pubblico. Pippo Santaliquirizia, guardò la guardia e disse “Ho capito, Santaliquirizia!” e chiuse immediatamente i battenti, regalò la pasta che aveva fatto a mano in una notte e tornò ai suoi topini, alle sue sigarette e a guardare il mondo, scosso dalla farina e dalla burocrazia.
Pippo era uno stralunato poeta gentile che non scriveva poesie perché la poesia era lui. Era lui il libro e il quaderno con le pagina bianche e scritti con l’inchiostro simpatico, che solo lui sapeva decifrare davvero.
Poi per quell’uomo secco e quasi felice arrivò la vecchiaia e se ne andò a finire la sua vita di fuggiasco all’Asilo Traditi a Portoferraio e la sua tappa principale, alla ricerca di un topino di vino e di una sigaretta, diventò il Castagnacciaio. Ma non dimenticò mai Marciana Marina, sia per nostalgia che per interesse.
Un giorno, mentre girava per le vie di granito e calcare rosa di Portoferraio, Pippo Santaliquirizia incontrò Aldo Allori, un ancor giovane marinese, famoso corridore e che già firmava quadri come Irolla, baffuto e smilzo come lui, e gli chiese qualcosa di strano: un suo ritratto da portare in pegno al Castagnacciaio che in cambio gli avrebbe assicurato un topino tutti i giorni. Pippo non lo sapeva o faceva finta di non saperlo, ma era diventato una specie di talismano, un genio protettore.
Aldo fece gratis il ritratto e Pippo Santa Liquirizia venne fuori dalla tela e dai colori a olio con il suo sorriso trattenuto ed eterno da fuga riuscita, gli occhi vispi e furbi che guardano altrove, in tralice, come se Pippo aspettasse eternamente di veder ricomparire la moglie dalla quale era scappato, e una testa ormai canuta di vecchiaia poggiata su un collo lunghissimo, come quello delle donne di Modigliani, che spunta da una camicia verde che risalta su uno sfondo marrone che sa di remoto e sconosciuto, di barriera e mistero, di porta chiusa e mai più aperta. E’ proprio e indubitabilmente lui: Pippo Santa Liquirizia.
Quel quadro è anche una promessa mantenuta: fino a che è campato Pippo Santa Liquirizia scendeva la scalinata che dall’Asilo Traditi porta al Comune e poi in pochi passi era al Castagnacciaio per riscuotere il suo topino quotidiano e magari rimediare un pezzo di cecina o di pizza.
Poi Pippo Santaliquirizia è andato a comprare le sigarette da qualche parte che nessuno conosce, è sparito lieve dalla vita come l’aveva attraversata, dopo l’ultimo topino e uno sguardo a se stesso, al quadro di un vagabondo gentile e a suo modo felice che ancora guarda chi mangia nella saletta interna del Castagnacciaio – quella dove si rifugiava quando faceva ancora freddo – da una finestrella chiusa con le ante bianche e in mezzo a pubblicità di birre, come una piccola cappella votiva, un tabernacolo per il Santo bevitore, il patrono di chi esce per comprare le sigarette e non torna.
Umberto Mazzantini






