Sta facendo rumore la progettualità proposta dalla multinazionale italiana Enel – il principale operatore “privato” al mondo nel comparto delle energie rinnovabili, sebbene il ministero dell’Economia italiano sia primo azionista col 23,6%, nonché il principale produttore rinnovabile toscano grazie in particolare alla geotermia – per l’isola di Capraia: abbandonare il biodiesel che dal 2014 alimenta la rete elettrica dell’isola, separata da quella continentale, per tornare a bruciare gasolio di natura fossile.
Una stridente contraddizione (denunciata per prima da Legambiente Arcipelago toscano, e ora oggetto di una petizione che ha già raccolto più firme rispetto ai residenti di Capraia) per una realtà che si presenta a livello internazionale come modello di sostenibilità con il progetto “Capraia Isola Verde”, oltre a far parte per l’80% del Parco nazionale dell’Arcipelago toscano.
Ne abbiamo parlato con Luca Miris di Silextech, esperto del comparto bioliquidi sostenibili.
Che cosa sta cambiando, dal punto di vista tecnologico, sulla produzione di elettricità per l’isola di Capraia?
«Da quello che si apprende dalla stampa e dai comunicati pubblici di Enel la centrale verrà ammodernata, sostituendo i gruppi attuali con dei nuovi motori ad alta efficienza. Contestualmente all’aggiornamento della tecnologia di generazione si apprende anche che si passerà dal biodiesel attuale al diesel».
La progettualità Enel prevede di tornare al diesel impiegando però urea nei sistemi di filtrazione, per migliorare l’abbattimento di inquinanti come gli ossidi d’azoto. Ci sono elementi per affermare che gli impatti ambientali – sotto il profilo sia della qualità dell’aria locale sia delle emissioni climalteranti – saranno migliori o peggiori rispetto all’impiego di biodiesel?
«Dal punto di vista degli inquinanti sicuramente la soluzione migliorerà. Per fare un paragone “stradale” è come dire che siamo passati da una vecchia automobile ad un nuovo modello più versatile ed efficiente con motore diesel a basse emissioni rispondente alla normativa euro 6. È doveroso precisare però che il miglioramento deriverà dall’aggiornamento della tecnologia, non dal cambio del combustibile».
Per quanto riguarda invece la competitività economica e la sicurezza degli approvvigionamenti, secondo lei è preferibile la soluzione della filiera nazionale del biodiesel o quella del diesel fossile?
«Premetto che su questo punto ammetto di essere di parte, dato che sono molto attivo sul settore dei bioliquidi sostenibili e ritengo che la soluzione migliore siano appunto gli olii vegetali. È opportuno ricordare che il motore brevettato nel 1892 da Rudolf Diesel (dal quale ha preso appunto il nome) era alimentato a olio di arachidi. Ritengo che gli olii vegetali siano uno dei pochi prodotti energetici che poco risentono del contesto geopolitico mondiale. Basti pensare che solo in Italia si producono quasi 200.000 tonnellate di olio di soia e che comunque la filiera europea ha garantito fino ad oggi l’approvvigionamento per le piccole ma numerose centrali elettriche alimentate a bioliquidi sostenibili presenti su tutta la penisola, anche durante la scorsa grave crisi dei prodotti energetici a seguito delle conseguenze del conflitto russo-ucraino».
Capraia fa parte della provincia di Livorno, dove Eni sta realizzando una bioraffineria ad 420 milioni di euro per produrre vari biocarburanti idrogenati come Hvo diesel, Hvo nafta e bio-Gpl. Sotto il profilo tecnico potrebbero essere una soluzione per produrre elettricità sull’isola?
«Sicuramente sì, ma possiamo e dobbiamo fare di più. Dobbiamo guardare avanti e gli aspetti da valutare sono molteplici. Dal mio punto di vista gli obiettivi cardine da raggiungere sono tre: sostenibilità, rinnovabilità e approvvigionamento indipendente dal contesto geopolitico mondiale».
È in progetto la realizzazione di un parco eolico offshore da 864 MW tra Corsica e Arcipelago toscano, Atis. È plausibile che l’elettricità per Capraia possa arrivare da lì, insieme alla realizzazione di un parco batterie sull’isola e/o il mantenimento della centrale a biodiesel come riserva termoelettrica sostenibile?
«Questo rappresenterebbe il massimo, una soluzione ambientalmente perfetta. Comprendo però bene che difficilmente, una soluzione del genere, possa essere economicamente sostenibile, a causa dei rilevanti costi di realizzazione e di manutenzione del collegamento sottomarino che si renderebbe necessario».
Luca Aterini da greenreport.it






